Crea sito
 

Il Vizio del Leggere

Leggo per legittima difesa

01 settembre
245Comments

10 libri minimum fax da leggere!

Quelli che secondo me sono i 10 libri imperdibili targati minimum fax:

 

I primi 5 a partire dal fondo:

 

10) 

 

Perché è una specie di commedia sentimentale alla Woody Allen, perché sa intrecciare arte, sentimento, piccoli drammi quotidiani e ironia. E’ una lettura velocissima, lo si divora, grazie a una freschezza stilistica che non bada a tanti fronzoli inutili e ti prende per mano fin da subito. Non credo ci sia alcun personaggio da amare, per cui fare il tifo da stadio, tutti quanti un po’ da malsopportare, perchè a ciascuno vorresti fare un discorsetto  poco simpatico sui propri comportamenti, arrivando forse anche la ceffone. Non si è marito di Zadie Smith per nulla eh:-)

9)  

 

E’ vero che dopo la performance Schettino la crociera è diventata un’argomento inviolabile, dove l’ironia immediatamente ti riconduce al dramma di vite spezzate per colpa di un imbecille, però il libro di Wallace, anche ora, fa crepare dal ridere come matti.  Un’analisi arguta, corrosiva, spietata e tremendamente divertente se non fosse per la tristezza totale di alcune situazioni reali che si verificano ripetutamente che comunque esaltano un resoconto parodistico che di parodistico alla fine non ha nulla perché è un diario di bordo nel quale ognuno di noi (chi ha potuto vivere l’esperienza della crociera) puo’ riconoscersi. Ma nessuno, naturalmente, ha il dono della scrittura che ha il buon DFW.

 

8)  

 

Il solito libro irresistibilmente delirante del buon Kurt, (ri)esce per minimum fax a un prezzo abbordabilissimo, per non dire abbastanza ridicolo visti i tempi. Kurt intervista morti, eccellenti ma anche famosi nella loro comune mortalità per essersi resi protagonisti di situazioni fuori dall’ordinario. Con la sua solita verve, il suo spirito anti-conformista, la sua creatività anche stilistica ispiratissima, ci regala un libretto veramente divertente, incalzante, supportato anche da una bella prefazione di Francesco Piccolo e una piccola nota di un grande come Neil Gaiman. Un prodotto editoriale che sa tanto di gioiellino da non far mancare sugli scaffali della propria libreria o, ancora meglio, sul comodino accanto al proprio letto, fermo li’, perennamente occupato a tenerci bella compagnia.

 

7)

 

Ecco un altro burlone, finto burlone, che cerca di travestirsi da clown per farci ridere illudendoci che ci sia qualcosa da ridere.  Chiedi e ti sarà tolto è il bellissimo titolo italiano, molto più bello dell’originale Ask, che traccia un piccolo spaccato di vita quotidiana statunitense in cui lavoro, famiglia, amicizia interagiscono, si intrecciano formando un quadro esilerante ma anche profondamente triste e cupo, o quanto meno pieno di ostacoli da affrontare ogni giorno, dove i bellissimi personaggi di quest’opera sono chiamati a recitare copioni e a interpretare ruoli sempre piuttosto complicati da gestire. Ce la si farà in qualche modo a venirne fuori puliti? Si è portati a guadagnare, a conquistare qualcosa o si è sempre destinati a perdere, a farsi scippare qualcosa, a subire sottrazioni? C’è possibilità di riscatto nel caso o irrimediabilmente ci si perde?

 

6)

Entrare senza far rumore dalla finestra in bella vista in lontananza illuminata, assistere con impotenza e impossibilità di intervento in soccorso alle piccole quotidianità degli uomini, sentirne i battiti del cuore, il respiro affannoso, le paure, le instabilità, i progetti troppo grandi per sè:  Canty ha molto del mito Raymond Carver. Sa entrare nelle case della gente, fotografando perfettamente i loro piccoli gesti quotidiani, le loro parole urlate o anche bisbigliate, ma anche dentro le persone stesse, violando l’inviolabile e mostrandoci come una tavola di colori tutto il repertorio umorale, emotivo, sentimentale al quale può attingere una persona per rispondere alla vita. Il tema principale, come si deduce dal titolo del libro, sono i soldi, fonte di piacere e di conquista ma anche di sottrazione e sofferenza. La sua penna scolpisce il cuore del lettore, lascia un segno indelebile, ci avvisa che anche la scrittura è vita, è vivere e non solamente una mera attività che ci occupa un po’ di tempo che la routine ci concede ogni tanto. Bellissimo.

08 agosto
692Comments

La famiglia Fang – Kevin Wilson

Cattivo? Mmm, forse si. Corrosivo? Un po’. Funambolico? Direi di si. Un po’fuori dagli schemi? si, anche se non si può dire che Wilson, questo brillante scrittore americano, abbia inventato dal nulla un genere di narrazione. I genitori Caleb e Camille Fang han deciso di fare della loro vita uno show, uno spettacolo continuo: con una sorta di candid camera o scherzi a parte violenti e senza salvezza, tutto autenticamente live e preparato con accuratezza maniacale a tavolino, i due coniugi cercando di offrire la loro particolarissima arte al mondo. Sono vere e proprie rappresentazioni sceniche dal vivo, in cui di finzione c’è l’intento, il progetto ma non l’esecuzione: tutto accade, eccome se accade, con rischi annessi e connessi che contemplano anche l’arresto per atti non propriamente ortodossi in pubblico. Questo enorme, folle progetto coinvolge anche Annie e Buster, i due figli, che nel “gioco” della follia vengono autenticati con “Bambino A” e “Bambino B”. Anche loro diventano strumento, personaggi, attori di queste farse, anche loro vengono chiamati a stupire il mondo, a studiarsi copioni da recitare, a improvvisare sul palcoscenico della vita che la famiglia Fang ha deciso di inseguire. Fallire? Guai. Abbandonare il gioco quando il gioco si fa duro? Mai. Tutto quello che dovrebbe essere un’esistenza fatta di routine, di autenticità, di problemi del quotidiano, non esiste. Con la famiglia Fang siamo a teatro, all’aperto, aperto 24 ore su 24. Ormai è una droga la ricerca dell’arte sempre più “estrema”, essere normali è essere artisti, artisti dal loro punto di vista. A un certo punto i figli crescono, prendono coscienza di quanto avviene, non accettano più di essere manichini, bambolotti alla mercè dei genitori-burattinai. Ognuno prende la propria strada, Annie l’attrice di B-Movie, Buster la carriera di scrittore. Ma a un certo punto tornano a casa, e l’incontro con i genitori, che si son sentiti traditi, abbandonati, diventa una specie di resa dei conti senza esclusione di colpi, dai mille e mille colpi di scena. E’ un romanzo bellissimo, devastante, anche intimidatorio e che stordisce da quanto punge, attacca, che fa riflettere molto sulla società dell’immagine e dei valori materiali nella quale viviamo e spesso ne veniamo imprigionati e asserviti. Una società nella quale realtà e finzione faticano a autodelimitarsi l’una dall’altra. Anzi, si può dire che spesso si confondono, disorientandoci, strappandoci di dosso tutte le certezze che avevamo o in cui credevamo. La famiglia Fang sembra una famiglia da videogames, da Internet da facebook, una famiglia virtuale. Invece esiste (nel libro, e chissà che non esista anche qualcosa di simile nella realtà vera e propria) e ti mette un’amarezza, se non una frustrazione e un’impotenza addosso che sono tremende. Ecco che allora ci si chiede: si dice che l’arte sia sentimento, e che combaci spesso con l’emozione. E’ vero? E’ possibile dover scegliere tra arte e famiglia? Tra l’emozione artistica e quella meno sofisticata ma più fisiologica, più genuina, più spontanea dei propri affetti umani? Ecco, leggere questo libro, scritto benissimo da Wilson che costringe a berselo tutto d’un fiato o quasi, significa volersi bene e male. Bene perchè vuol dire avere coraggio di imbattersi in una narrazione difficile, complessa, piena di interrogativi a cui non si vuole scappare. Male perchè c’è da soffrire, seppur a volte sorridendo e anche ridendo di gusto, rimanendo spiazzati e a bocca aperta. Alcuni momenti paralizzano, ipnotizzano, scioccano.  Chi siamo veramente? E in che razza di vita e mondo viviamo? Siamo cosi’ sicuri di mettere due mani sul fuoco su ciò che pensiamo di essere e in che posto pensiamo di vivere? Elettrizzatevi e ubriacatevi con lo stile, la narrazione, le idee e i personaggi di Wilson, vi creerà dipendenza, come a me che, svoltata l’ultima pagina, cercava disperatamente altre e altre pagine ancora dopo la quarta di copertina, speranzoso che i Fang, con uno dei loro numeri a effetto ad alto coefficiente di difficoltà me le facessero apparire come per magia. Amatevi, amando questo libro.

04 agosto
120Comments

Festa d’estate – Remco Campert

Ti ritrovi davanti a un libretto di 130 pagine scarse e ti chiedi nell’invasione totale di libri in libreria, che chiamano il tuo nome per farsi portare a casa, cosa ci si potrebbe o dovrebbe aspettare e perchè si a questo libricino e non ad altri. Vedi la casa editrice che l’ha pubblicato e cominci a diventare ottimista, vedi la copertina e ti acchiappa senza scampo. Il titolo: siamo in estate, ed è già un punto a suo favore andato a segno. Abbiamo fame e sete di freschezza. Sfogli la seconda aletta e vedi che Campert è un classe 1929. Freschezza? Tsè, ma dai, figurati, da questo disonauro? Ah, allora son sopravvissuti, non si son estinti del tutto. Cazzata. Pregiudizi. Da voltastomaco. Questo qua dà le piste ai giovani oggi, quei pseudointellettuali che sembrano sappiano leggere e scrivere solo loro, che ti guardano dall’alto verso il basso, che sembra si stiano sacrificando quando posano per una foto con te o si prestano per un misero autografo. E’ un libricino, contenuto, che sembra quasi voler chiedere scusa perché chiede attenzione (adoro i libricini, sanno di molto più familiare e intimo rispetto ai libroni che occupano spazio, invadono, se la menano un po’) ma intenso, profondo, che si legge con un gran piacere. Scorre via come nulla, e non per via del risicato numero di pagine. E’ perchè è proprio bello, senza una trama chissà quanto originale o strutturata (ecco un’altra bella conferma a sfatare certi tabù, del tipo, “la storia per un libro è tutto o quasi, senza quella un libro, di narrativa, non è un libro.Passo falso, riprova). In poche pagine Campert è riuscito a imprimere un’impronta, la sua impronta: un linguaggio che è impregnato di una specie di forza e magia che è tremendamente capace di sedurti, avvolgerti e farsi amare. ma sempre con discrezione, senza mai dare neanche la sensazione di eccedere o di volersi specchiare troppo (rischio clamorosamente possibile quando uno scrittore sa o si illude di avere il dono della parola dalla sua parte). Lui è un poeta, si vede, soprattutto nelle bellissime parti dialogate (e dialoganti, perché, almeno a me, han dato la sensazione di esserne quasi partecipe, e non semplice lettore-spettatore-curiosone), che non hanno l’obiettivo di comprare la tua attenzione o di guadagnare pagine con spazi larghi sulla pagina. Sono momenti in cui chi legge prova un gran bene per i personaggi concepiti da Campert. Per Panda, per Mees, per Boile, per Etta, per Kees, per Rosa. Eh già, sono musicali anche i nomi di questi personaggi, musicali come il sottofondo che è impossibile da non selezionare e adottare da sé durante adattandolo alla lettura. E’ una lettura che spinge alla musica e che sembra essere accompagnata per forza dalla musica. Quale? Ognuno ha la sua. Io ho qualche Beatles, un po’ di Cramberries e un po’ di Morissette che mi sono gironzolati molto per la testa durante la lettura. Campert ama divertirsi anche con i giochi di parole, scompaginare un po’ alcune parole troppo vuote secondo lui se lasciate come stanno normalmente, vuole divertirsi a cercare un contatto con il proprio lettore, a coinvolgerlo. E’ un libro che parla di giovani e ai giovani, a una generazione ma non solo a una, che non fa sconti anche alla società, criticata, ma senza essere mai pedante. Anzi. Parla d’amore, d’amicizia, di ricordi, di pensieri, di idee, del mondo. Ecco, parla del mondo, miniaturizzato, microcosmo, ma che può valere universalmente un po’ per tutti. Ci si sente dentro questo mondo. Ecco, mi sono sentito dentro. Un uno di loro. In una bellissima bolla di sapone, che resiste e non scoppia. Momenti bellissimi!

26 giugno
311Comments

Piccola parentesi su una casa editrice

In  Italia se non ti chiami Mondadori, Rizzoli o Einaudi sei nessuno o quasi. In Italia se non cedi al ricatto dell’assorbimento in un grande gruppo editoriale per continuare a esistere, devi sudartela, eccome se devi sudartela. Ma è una legge, questa, deprimente e che non invoglia di certi gli appassionati intraprendenti ad avviare un’attività, che vale per tutti?

No.

Il coraggio c’è, non manca, che poi si chiami “follia” (in senso buono) o “incoscienza” (anche in questo caso in senso buono), è un altro discorso. Chiamiamolo come vogliamo ma se ci sono idee chiare, teste-personalità-persone, un gruppo e un minimo di risorse economiche a propria disposizione almeno per partire, ecco che si può nonostante tutto sorprendere.

Nel mondo dell’editoria, chi ci lavora dentro, dice che non è propriamente quel mondo idilliaco, fiabesco, che il lettore vede e sogna. Può darsi, gli credo sulla parola ma da quando ho conosciuto editori come minimum fax, isbn edizioni e soprattutto Elliot edizioni, ecco, fatemi ancora credere che fare libri è un lavoro da sogno e che ci sono editori e persone, ragazzi-ragazze, di talento, bravi, capaci, simpatici, disponibili con il lettore che lavorano, divertendosi (?), al nostro servizio.

Sono entrato in contatto in punta di piedi con questi editori, prima scrivendogli, complimentandomi, poi a qualcuno scrivendo più spesso per la mia tesi che era stata pensata sul loro svolto negli anni (minimum fax), ho conosciuto Martina Testa di minimum fax, ho avuto il piacere di conoscere qualcuno di Isbn, iperattivi sul web e instancabili promotori di cultura, cosi’ come i ragazzi, o meglio le ragazze di Elliot edizioni, casa editrice giovanissima, ma meravigliosa e ormai pronta e matura per slacciarsi dall’etichetta di eterna promessa. E’ una realtà, e che realtà. Contro la dura realtà del mercato del libro in Italia e contro l’esiguo gruppo di lettori forti in Italia, meno male che ci sono queste piccole grandi realtà a dare a noi ossigeno e che combattono come guerrieri per non arrendersi all’evidenza della difficoltà oggettiva che il libro incontra nel nostro paese.

Elliot edizioni è un editore attento praticamente a tutto: alle proposte da offrire al proprio lettore di riferimento, che spesso sono originali e di valore, le traduzioni, l’apparato grafico, l’impaginazione, e poi tutto il lavoro di “contorno” che tanto di contorno non è affatto visto che è determinante per parlare con il proprio interlocutore, presentarsi, comunicare e promuoversi di continuo: il web e il suo sfruttamento totale senza mai dare neanche la sensazione di invadere la nostra privacy, la presenza costante alle diverse rassegne letterarie, la cordialità, la simpatia, la freschezza dettata anche dalla giovanissima età dei suoi componenti in casa editrice. Fanno tutto come è giusto fare oggi: abbandonando una rigidità eccessiva magari dei decenni scorsi, ma senza tralasciare mai nulla e senza “mollare”  nulla sul necessario e sull’indispensabile.

Poi è dalle piccole cose, in apparenza banali, che si misura la grandezza e la serietà di un editore: dai “mi piace” con cui partecipa alle discussioni del singolo utente, ai commenti, alle risponde che in un modo o nell’altro ai PM arrivano e sempre. Se fai loro un complimento, su facebook o twitter, non finisce con un “grazie molto gentile” ma ti chiedono anche “cosa leggi, cosa ti piace di loro”, indagano, si interessano a te, ti parlano come fossi tu e non un utente pieno di anonimato, un uno dei tanti.

E’ una riflessione, cosi’, fatta e dettata più dalla pancia che da pensieri e giudizi “critici” su cui ho dovuto spendere chissà quanto tempo. Non sono un critico e non vorrò mai esserlo, non sono uno che ne capisce più di tanto ma parlo a sensazioni, a istinto e spesso so che il mio istinto non sgarra. Marzia, Chiara, Patrizia e gli altri componenti di Elliot che purtroppo ancora non conosco, danno l’idea di divertirsi.  Sgobbando mica male, intendiamoci,  ma divertendosi e a fine giornata chiudere la porta dell’ufficio a chiave sapendo di aver dato qualcosa a noi, alla cultura, al piacere di leggere.  A me piacciono da morire, e anche sulle persone chissà perché ho sempre quel sesto senso che molte volte mi ha aiutato a non sbagliare su di loro: ecco a me sembra che siano delle persone veramente in gamba, carine, divertenti, piene di risorse. Giovani ma già con una bella esperienza alle spalle. Sai che con loro una tua parola, un tuo pensiero, non finirà nel primo cestino a disposizione in automatico ma verrà ricevuta, considerata, valutata e se poi merita, anche ritenuta degna di una risposta e, chissà, magari input per una discussione più approfondita.

Ho fatto una tesi su minimum fax, ma avrei potuto benissimo cimentarmi anche su quest’altra meravigliosa casa editrice, anche lei romana. Essendo nata nel 2007, nonostante abbia già prodotto tantissimo e benissimo,  ha ancora una vita, o più vite davanti, e chissà, magari in una seconda vita (la mia) potrei pensarci per dedicarle la mia tesi prima triennale e poi specialistica. E chissà che magari in quell’altra seconda esistenza, reincarnato in chissà chi e in chissà dove,  non possa condividere, io, una scrivania con loro, e diventare amici, farsi una birra, un aperitivo, in giro a zonzo in quella città-sogno che è Roma, isola felice in cui chi fa libri è ancora un artigianato pienamente apprezzato e ben voluto.

Mi piacciono, mi piacciono da morire questi tipi della Elliot. Ho gli scaffali della libreria piena dei loro libri e già quasi tutti letti, se non divorati. Quando un editore si comporta cosi’, puoi tranquillamente auto-convincerti di poter credere che un giorno, in Italia, a leggere saremo in grande maggioranza. E che il vento sarà cambiato, eccome se sarà cambiato e che ormai il peggio, forse, ce lo si sarà lasciato alle spalle.

Mi piace pensare che ognuno abbia la sua casa editrice, il suo Deimon, un po’ la propria anima gemella nell’editoria del libro. Io ci credo e a quanto pare sembra proprio l’abbia trovata e non una, ma ben due. E’ tollerata la bigamia o finisco male?

25 giugno
89Comments

Consigli per gli acquisti estivi (seconda e NON ultima puntata)

Altro giro, altra corsa e la giostra non termina mai.

Altri due bei libri che per un motivo o per l’altro, rappresentano l’ideale per rinfrescare la nostra afosissima estate.

Chi sta sotto l’ombrellone e cerca momenti di pace col mondo, chi è frustrato in città e ne ha piene le scatole di fare aperitivi su aperitivi e vedere le solite facce e preferisce passarsi una serata, caldo permettendo, in casa a gustarsi un bel libro magari con una bella bottiglia di birra in mano. O chi semplicemente non può fare a meno, a prescindere da tutto, di un libro perché il libro ha il potere di farci star bene sempre, anche quando tutto sembra correre in direzione opposta a noi.

Primo libro.

 

Moore, la sua verve irresistibile, comica ma allo stesso tempo acuta e interessata culturalente, anche un po’ volgare ma coloratissima, i suoi strampalati personaggi reinventati da icone immortali a uomini qualunque come noi, quasi caricaturali e con vizi e virtù tipiche dell’uomo medio e l’incantevole ambientazione della Parigi impressionista. Cosa volere di più? Il libro è bellissimo, ce lo si beve tutto d’un sorso, il Sacrè Bleu è magia  il mistero che si cela dietro di esso la meravigliosa catena che muove un intreccio parigino indimenticabile.

Dimenticatevi, di Moore, il pessimo Suck!, lanciate un’occhiata prima a Fool e poi a Biff: ecco in quest’ultima opera Mooriana credo si possa trovare qualcosa di entrambi i due splendidi libri precedenti.  Partire per le vacanze e prenotare un viaggio di sola andata nella Parigi di Monet, Pissarro, Cezanne non è niente male.  E poi vogliamo mettere le cartoline da mandare agli amici, tirandosela? O delle foto da scattare creando un album su flickr di quelli che faranno storia e musei su musei ti surclasseranno di preghiere, di richieste per concedere loro questi pezzi storici in cui si immortala la vera Storia dell’Arte con la S maiuscola? Non ha prezzo, dai.

Tempo di lettura:  il tempo di farsi una risata! Che non finisce mai.

Secondo libro.

E esorcizziamo un po’ le cose terribili  e irreversibili! Tra queste anche un tema serissimo come il suicidio. Questo è un appassionante viaggio teen on the road di quattro ragazzi, che, aspiranti suicidi per un motivo o per l’altro, si conoscono online e decidono cosi’ di dedicarsi al progetto di attraversare l’America in uno strambo pellegrinaggio col quale intendono auto-condursi sulle tombe dei loro idoli. L’ultima fermata prevista è Death Valley, palcoscenico perfetto per porre definitivamente fine alle loro esistenze e occasione unica, secondo loro, per liberarsi dai propri pesanti fardelli insostenibili. E’ un viaggio di confessioni, di ricordi, segreti che si intrecciano ad avventure continue che non possono non appassionare chi legge. L’ideale per sognare viaggi esotici lontani da tutto e da tutti, soprattutto da un’Italia in cui non si fa altro che parlare di Monti, della Fornero e della Merkel.

Tempo di lettura:  il tempo di andare in cucina, aprire una bottiglietta già pronta di aperol spritz, aggiungerci una fetta d’arancia e scolarsela che è un piacere.

09 giugno
702Comments

Cose da non dire a un lettore

a)      Sai, l’altro giorno ho letto il libro tratto dal film…(certo, non lo sapevate che prima gli scrittori girano il film e poi i registi scrivono il libro?)

b)      Il Signore degli Anelli è una gran palla, ma non parlava d’altro?. (Ma cosa credevi, che fosse un saggio o una biografia su Yuri Chechi?)

c)      Hai visto che è uscito il nuovo libro di Fabio Volo all’Esselunga? (Eccerto, sono iscritto alla loro newsletter che mi avvisano anche di tutte le iniziative culturali che organizzano).

d)      Io non ho tempo per leggere, tutti i giorni vado in palestra e poi la sera ho sonno! (ok, scuse più attendibili?)

e)      Ma compri ancora libri? Non ne hai già abbastanza?  (No, tu hai tante scarpe e vedo che continui a comprarne. Come la mettiamo?)

f)        Ma come fai a leggere cosi’ tanto? Hai amici nella vita? (Se sto parlando con te, è perché esco di casa e incontro gente, no?)

g)      Si si, questo libro lo conosco benissimo. E’ quello in cui lui muore e lei si trova subito un altro? (Ah, che grande recensione. Hai provato a mandare il curriculum a Pulp Libri?)

h)      Chiedere a un lettore: “Hai un libro da consigliarmi?”. Lettore: “Che genere ti piace? Aiutami un po’ a capire”. “Mah, leggo di tutto, consigliami un libro che sta vendendo tanto”  (Ok, va bene, potresti allora comprare il nuovo di Barbara D’Urso, va bene?).

i)        Ok, ti accompagno in libreria ma ci stiamo poco vero? ( pensiero: (Fa che gli venga un bel febbrone o anche semplice mal di gola che gli impedisca di uscire), Risposta: uh, ora che ci penso ho un impegno di cui mi ero dimenticato. Altro pensiero:  resta a casa se devi essere un’insopportabile zavorra).

j)        Fabio Volo scrive così bene. E poi quanto è figo!! (al posto di Fabio Volo ci potrebbe essere chiunque, è vero non lo sopporto ma non voglio accanirmi nei suoi confronti, è già sfigato di suo, scrive talmente da cani…). (E’ noto a tutti che la bellezza fisica di una persona crea automaticamente dei capolavori della letteratura. Infatti Hans Andersen era notoriamente un figo da paura).

k)      Cosa posso regalarti per il compleanno? Non dirmi i libri perché voglio farti qualcosa di serio. (Fammi allora un ipad e un viaggio in Polinesia).

l)        Lettere è una facoltà che non serve a niente. Perché non mandi tua figlia a fare economia che trova sicuramente poi lavoro? (E’ noto a tutti che l’Italia è il paese col tasso di disoccupazione più basso al mondo).

m)    Non si mangia con la cultura.  (Si mangia infatti con le Prada, con Dolce e Gabbana e con Swarowski).

n)      “Quello scrittore è proprio uno schifo, è una vergogna che venda così tanto”. “Cosa hai letto di suo?”. “Nulla”.

o)      Il libro che mi hai prestato non lo trovo più.  (Bene, tra poco invece ti troverai una bella riga sulla portiera della macchina).

08 giugno
448Comments

La recensione può anche essere…di faccia! (ma mai di facciata)

Poche settimane fa ho scoperto sul web (meraviglioso laboratorio di sperimentazioni continue e di sempre nuove forme di comunicazione scovate, ricombinate e riformulate, ripensate, che ti porta via una quantità di tempo davvero incredibile)  una nuova divertente iniziativa molto friendly, che crea community, condivisione e partecipazione attorno ai libri. Sto parlando dei ragazzi che hanno ideato un blog di recensioni facciali. Ci si mette la faccia o la si perde, o entrambe le cose.

Il blog è a questo indirizzo: http://recensionifacciali.wordpress.com/.

Io, ahimè,  sono conosciuto tra i miei amici per le espressioni (oltre che per la mia risata molto Anacletica) non proprio ortodosse che riesco a estrarre dal cilindro di volta in volta. Espressioni idiote, imbecilli, obbrobriose, anche inquietanti, pagliaccesche. Non si dovrebbe andare un granchè fieri ma si fa quel che si può, si tira avanti a campare anche sotto questo punto di vista. E’ vero che sono entrato nella delicatissima fase della mia vita degli -anta ma qualche trasgressione ce la si deve pur togliere. E questo è uno dei tabù da me sfatati circa la mia presunta serietà e timidezza, che mi accompagna pallosamente ormai da secoli, fin da quando piccolino, all’asilo, con una bambina che mi veniva dietro, già a quei tempi le risposi dall’alto del mio irrevocabile “patto di stabilità” con gli equilibri del mondo,  che non mi sembrava giusto giocare con i suoi sentimenti perché se ne poteva trovare uno migliore di me:-). Quanta saggezza, di cui ancora oggi me ne pento.

A parte digressioni e divagazioni varie che non portano da nessuna parte, torniamo in tema. Ho mandato, e ho d’ora in poi intenzione di mandarne altre, e sempre più spesso, una recensione (FACCIALE) su un libro che ho amato particolarmente, IL VANGELO SECONDO BIFF di Christopher Moore.  Non potevo non partire da lui, lui che è il Re delle espressioni più sgangherate, più folli, anche più magnetiche. Basta andare su google (se si è troppo pigri per una puntatina di mouse e  non si vuole fare un salto sul suo sito http://www.chrismoore.com/), digitare il suo nome, selezionare l’opzione immagini ed ecco apparire Lui, l’autore del libro, che si diverte a snocciolare tutte le sue più strambe pose facciali.  Sembra proprio un personaggio delle sue storie. La realtà supera l’immaginazione e se si incontrano è finita, è amore per il lettore, dal quale non può più pretendere di liberarsi.

Con la faccia, gli occhi, le orecchie, persino le narici e i peli della barba ballerini, anche con movimenti impercettibili del viso ma che si notano benissimo:  non si può mai mentire.  Siamo una confessione perenne, condannata a essere irrimediabilmente eloquente e scoperta nei suoi vani tentativi di oscurare qualcosa,  siamo un libro aperto:  è impossibile nascondere qualcosa soffermandosi sul viso di una persona. A volte sono meglio anche delle parole. Queste nascondono una riflessione più pericolosa, più potenzialmente calcolatrice, falsa, speculatrice, manipolatrice.  La propria espressione, no. E’ quella, stop. C’è poco da fare.

Bando alle ciance, veniamo a me.

Che dire, le recensioni facciali, secondo il blog, possono essere fatte secondo diverse modalità. Recitare il titolo o il contenuto del libro, o esprimendo di faccia le sensazioni e le emozioni che ha trasmesso o entrambe le cose, come ho deciso io di mettere in (brutta) mostra. La birra, sulla cui etichetta appare un frate, io che indosso una felpa marrone con cappuccio che sembro un frate, occhialuto, e la bottiglia di birra alla quale si arrotola un rosario. Che significa? Che si beve, che ci ubriaca con il Vangelo? Che Moore per scrivere un libro del genere abbia bevuto alla grande? O che la sua follia da ubriaco sia servito e bene a sconfessare tanti credo  alla facciazza dei dogmi rigidi del cattolicesimo? O che per comprendere certe cose, forse prima sarebbe meglio perdere buona parte se non tutta la lucidità necessaria? Va a interpretazione, ognuno può vederla come gli pare e piace.

L’unica cosa che posso dire è che non va preso troppo alla leggera  Moore, non va visto solo come clown o un meraviglioso pagliaccio di circo che si fa arte. Ha molto da dire, ha tanto di cui parlare facendo sorridere, ridere a crepapelle e anche scandalizzare.  Con Biff, soprattutto, ci vuole, secondo me, confortare sul fatto che si può e si deve credere in qualcosa senza però esserne mai forzati, succubi passivamente, nè tanto meno eccessivamente e inestricabilmente legati per soggezione o per moda. Si deve credere in quello che si crede e Biff forse ci insegna,  sulla vita, su noi stessi,  più di quanto facciano molte pagine ufficiali dorate di volumi custoditi in luoghi sacri.

08 giugno
7Comments

Consigli per gli acquisti estivi – prima puntata (di una lunga serie, forse)

Con l’estate ormai alle porte, e con la convinzione, diventata ormai luogo comune, che ognuno riuscirà a ritagliarsi del bel tempo da dedicare alla lettura ( vana speranza, presuntuosa illusione o audace certezza?), ecco qualche titolo che mi sento di consigliare.

Non sono Marzullo, non sono Piero Dorfles, non sono Corrado Augias nè la Lipperini  ma forse è meglio così.

La terapia – Sebastian Fitzek,  Elliot edizioni – Se si ha caldo, se si ha bisogno di un po’ di gelido (psicologico) che dia una tregua dal caldo torrido che ci tartasserà, soprattutto chi è costretto a sopravvivere in città, questo è proprio il libro giusto. Nulla è mai come sembra in Fitzek, anzi.  Questo libro è ipnotico, spiazzante, vertiginoso, serrato. Come è nello stile dell’autore. E’ ghiaccio in una bevanda dissetante in un momento di particolare urgenza.

Tempo di lettura:  il tempo della spesa al supermercato (ma non in un centro commerciale!!)  o di un bagno con successiva doccia e cambio di costume in cabina.

 

Dio la benedica Dottor Kevorkian – Kurt Vonnegut,  Minimum Fax – Questo libro lo si divora come una fetta di melone sotto 30 gradi con 85% di umidità su sabbia bollente o come un ghiacciolo alle poste in fila con 30 numeri davanti, senza aria condizionata.  Se si è già letto qualcosa di Vonnegut, ecco si arriva già un po’ preparati al suo genio letterario folle. Altrimenti la sorpresa è ancora di più una di quelle che lasciano tramortiti, come se si è presi una scossa quasi letale. Qui Vonnegut, attraverso un modo che si scoprirà solo leggendo, riuscirà da vivo fare viaggi nell’ al di là (e poi a tornare indietro) a fare interviste per conto di una radio, a persone comuni o personaggi di fama morti da tempo. Per chi vuole accendersi  giornate un po’ piatte sotto l’ombrellone su un lettino, per chi vuole concedersi qualche risata metropolitana dopo ore insopportabili in ufficio, per chi è scosso da un lutto: leggetelo, non ve ne pentirete.

Tempo di lettura: il tempo di tirare lo sciacquone in bagno o  di bersi un’ estathè in spiaggia.

 

Se ti abbraccio non aver paura – Fulvio Ervas,  Marcos y marcos – Se non potete andare in vacanza, e ahinoi la crisi ci impone ormai  sempre più un’ austerity drammatica, potete però chiedere un passaggio ad Antonello e suo figlio Andrea che vi prendono per mano e vi accompagna insieme a loro a percorrere in lungo e in largo le tre Americhe. Certo,  una volta chiuse le pagine ci si ritroverà sempre al solito, noioso, insopportabile posto con cui fare sempre i conti, tra impegni, scadenze e quella routine che neanche l’estate, tempo di vacanze, riesce a staccarci di dosso. Ma qui si viaggia, anche in un’altra direzione, ovvero quella della presa di coscienza di una malattia, l’autismo, ad oggi inguaribile, frustrante,  bastarda, che non viene mai presa troppo sul serio finchè non entra direttamente nelle nostre vite mettendoci a durissima prova. E poi l’amore, del papà Antonello verso il suo belloccio figlio che chiede, grida, aiuto di liberarlo da quel mondo dentro al quale lui non vuole stare, è qualcosa che permette di superare, anche agevolmente,  il caldo torrido senza mare e montagna. C’è anche l’autore con il papà di Andrea che non smette più di girare per città e librerie a raccontare questa storia e a documentarla ancora di più, quindi stay tuned!!

Tempo di lettura:  Il tempo di un cappuccio pomeridiano, in rigorosa solitudine, seduti a un tavolino interno al proprio bar preferito, ma con aria condizionata, o esterno ma possibilmente senza auto che sfreccino a pochi metri che ti sbattano in faccia rumore o smog e possibilmente senza gente che starnazzi con la loro voce petulante pettegolezzi o lamentele sulla crisi economica e politica italiana.

06 giugno
8Comments

Quanto si ama una casa editrice o un autore?

Che cosa si è disposti a fare per loro? Fino a che punto si arriva ad apprezzarli? Quando si parla di libri, non si sta discutendo di un prodotto qualsiasi. Non si parla di detersivi o dentifrici o saponi liquidi. Ma di parole, colori, caratteri tipografici, storie. E dietro a tutto ciò ci sono persone, capaci, sensibili, che hanno tanto da dire.

Da quando sono diventato lettore,  ho raggiunto picchi di fanatismo esponenziale nei confronti del libro in ogni suo aspetto.

Leggo riviste, quotidiani, siti internet, ma soprattutto mi sono affezionato ad alcuni editori che hanno saputo incontrare ma anche suggerire, alimentare il mio gusto letterario. Quando mi appassiono a qualcosa, il mio entusiasmo è qualcosa di così travolgente che rischia di apparire agli occhi degli altri come ridicolo, eccessivo, ostentato che suona anche un po’ come falso. Ma garantisco sulla mia pelle che, malgrado il mio carattere che è generalmente molto riservato e chiuso a riccio,  è tutto autentico, vero, genuino. Un editore un amico. Ti aspetti che lui ti tratti bene, e se ciò avviene, è automatico che il lettore ricambi.

Un esempio? Beh, il sacchetto di minimum fax appeso sopra il mio letto come fosse un crocifisso, sacchetti di alcuni editori appesi sul muro, fascette di scrittori come Moore che adoro che tappezza un angolo importante del mio spazio abitativo. Amo circondarmi di libri, ne ho una marea a palmo di naso, accanto al letto, li ho dispersi e forse anche disperati sulla scrivania, li ho sotto forma anche di pagine di recensioni dei giornali, di segnalibri, di gadget vari. Insomma, entrando in camera mia è impossibile non notare tre cose, anzi quattro: i libri, qualche quadro o locandine di quadri, una locandina di Manhattan di Woody Allen ancora da appendere, tantissimi bigliettini di mostre, musei, concerti conficcati in una trave di legno, bottigliette di birra. Amo i colori, amo le parole e amo circondarmi di tutta questa forte presenza con la quale mi ritrovo spesso a chiacchierare in silenzio.

Senza dimenticare Pepito, Chicken Little in pupazzo,  mascotte e colonna portante della mia libreria e non solo, che si muove furtivo tra una copertina e l’altra.

Adoro appendere cose, mi sembrano cosi’ vicine a me e cosi’ inseparabili dalla mia vita.  A breve credo che comprerò una sfilza infinita di post-it e li appiccicherò da qualche parte con le frasi tratte dai libri che mi han colpito di più. Stay tuned!

 

06 giugno
402Comments

Un cuore rosso rubino in un freddo mare blu – Morgan Callan Rogers

Parte prima, necessaria, introduzione: regalo da parte di una bella persona. Ma bella, bella, di quelle che puoi capirne e carpirne la presenza e l’essenza anche senza conoscerla bene: lei lo sa. E poi un ringraziamento, da semplice lettore che li ama perdutamente, alla casa editrice Elliot che, senza far pagare un euro ai propri autori, salvaguardando, e investendo forte, sulla propria indipendenza, propone spesso degli autori e dei libri che lasciano il segno. Mi è già capitato con Christopher Moore agli inizi, con Sebastian Fitzek, con Donald Pollock, con Katherine Dunn, Joshua Mohr, del quale mi auguro che si pubblichi dell’altro di suo perché è un ragazzo dal talento cristallino e che merita una vetrina e un pubblico importante.
Parte seconda: il libro. Bello, bello anche lui. A partire dal titolo, che acchiappa un sacco e non può come minimo non sollecitare il lettore almeno buttarsi a capofitto a leggere la bandella di presentazione (aggiungiamo anche che Elliot è accuratissima anche nelle descrizioni editoriali dei suoi libri, a cura di una redazione che dà delle gran belle soddisfazioni ai propri lettori) e con una copertina semplice ma molto evocativa, fotografica, espressiva, che trasmette serenità e una voglia matta di continuare all’infinito a poter vedere colori attorno a te.
Si, perchè il colore è uno dei tratti dominanti anche dentro la storia: non si fa mai a meno di raccontare le cose di vita attraverso i colori, e quello che si vive non è mai a tinta unita.
Le vicende, che parola brutta mamma mia, sarebbe da considerare bestemmia linguistica per eccesso di fredda formalità, prendono avvio in America, anni ’60, nel Maine (ecchediamine, c’è qualche romanzo americano che non accenni minimamente al Maine?!), in una piccola ma unita comunità che si affaccia sul mare.
Al centro di tutto, c’è Florine, che ha perso la madre Carlie che non si sa che razza di fine abbia fatto. Lui, il padre, la nonna, i suoi amici, vivono nella continua attesa che si faccia luce, in un senso o nell’altro sul suo destino. Niente, silenzio totale, condanna all’esilio del non sapere nulla, trincerati nel proprio dolore insopportabile di averla persa, puff, evaporata, in mezzo al nulla.
Il libro è un ritratto dolce ma straziante, coloratissimo e intonato d’amore ma fatto anche di zone oscure e continue fitte di dolore, ma di un dolore che in qualche modo porta con sè la speranza di qualcosa che si sente di poter ancora rincorrere e afferrare.
A me ha ricordato tanti libri, sia classici che non, per diversi aspetti tra loro: un po’della formazioneletteraria (scritto appositamente tutto attaccato, nel senso che è un libro di formazione) di Stand by me, un po’ di Salinger, qualche spruzzatina del dolore e del senso di comunità d’amicizia e senso della famiglia cosi’ fittamente presente in Karen Russell, i tentativi continui di salvarsi dal dolore a dispetto di tutto quello che sembra trascinarti via da ogni velleitaria conquista di una stabilità che tanto desideri come si legge in Buon compleanno Malcolm di Whitehouse, riesco a leggerci anche un pò di Carver, persino, quando sa, la Rogers, parlare di casine come microcosmi, luci accese, vite dentro che si muovono e che si scontrano, si toccano e si piacciono o scoppiano o sono sul punto lì lì per farlo, che osservano, che cercano di andare avanti, dando un senso alle tante cose, mi ricorda anche la sacralità delle piccole cose, sentite e trattate con una certa delicatissima ironia come in Second Hand di Zadoorian, e poi dalla facilità di scrittura, piana, semplice, soffice ma allo stesso tempo sofisticata (non tanto nella forma ma nell’effetto della forma che ha su chi legge) perchè il suo fascino è qualcosa di molto serio perchè capace di attraversare l’apparente inviolabilità dei sentimenti più profondi capace come un’opera d’arte pittorica di far parlare i colori, le forme messe li’ non a caso, dando loro movimento, presenza, libertà, spazio. Ma chissà quante altre piccole reminescenze mi richiama senza che ora mi saltano in mente.
E’ un libro da amare perchè, secondo me, non si può fare altrimenti. Nessun dosaggio eccessivo di buoni sentimenti come si rischia spesso di cadere in romanzi come questo, nessuna caricatura storpiata dell’amore, nessuna missione consolatoria e nessun esercizio di stile retorico, nessun inquinamento demagogico, nessun pietismo plastico, tarocco, indigeribile al reality show di oggi. E sarebbe così semplice che tutto possa scivolare nel pietoso, nel compassionevole, nella frase a effetto da bigliettini da Baci Perugina.
Invece la Rogers se ne distacca, coraggiosamente, anche perché in questo libro, si, c’è da ridere, soprattutto da sorridere ma molto da lacrimare. Scappa, non ci si può far nulla ma non si scappa perché si è lì, in quel paesino folcloristico da fiaba del quotidiano che sembra appartenere a un’altra vita rispetto alla nostra,  nonostante ci sia poco o nulla, insieme ai suoi abitanti, a seguire le diverse rotte della loro vita che non si sa bene che razza di direzioni prendano in mezzo ai tanti, troppi interrogativi che strada facendo mettono a dura prova le loro certezze precedenti mandandole al tappeto come la più cinica partita di domino. O di scacchi, contro la Morte, il dolore, la perdita.
C’è tanto colore (sembra che tutto venga fotografato con una lomo, colori vintage, sfocature vintage), ci sono tanti profumi e sapori (c’è da impazzire a seguire Grand che cucina), c’è tanta musica come se la Rogers volesse regalare al lettore, non solo la sua bellissima storia, ma anche, incorporato al suo interno, il cd playlist che ama.
Leggere un libro del genere oggi, all’epoca di internet, della metropolizzazione della nostra quotidianità ormai andata persa da qualche parte non meglio precisata, delle carrieristiche tristi esistenze di molti che orientano se stessi soltanto al guadagno e al successo individuale e alla dipendenza da un clic o da un “invio con successo” che sembrano regolare il nostro stato d’animo fluttuante e sembrano essere le uniche soluzioni a cui ci aggrappiamo in grado di risolvere qualsiasi problema, beh, è una gran bella boccata d’ossigeno.
In molti, nel confidarsi nel pour parler , a volte anche civettuolo, con gli altri, tira fuori sempre la stessa menata: vorrei trovare la serenità, vorrei andare in un paesino affacciato sul mare, quattro casette in croce che si contino sulle dita di una mano, la natura, il vento e bla bla bla del genere: ecco, questo è esattamente il posto a cui queste persone che ne parlano, consapevolmente o meno, credendoci o sparando il solito lagnante ritornello utile solo per riempire qualche conversazione vuota, si riferiscono: isolato dal mondo, ma unito al suo interno, molto Hopperiano se si pensa ad alcune sue opere come Adam’s House, Gas, Lighthouse at two lights, Rooms by the sea, Summer evening, The Lee Shore, The long leg, Second Story sunlight, ma senza quella solitudine imperante che caratterizza le sue straordinarie opere. Perché la solitudine non fa parte di questo libro, non c’è, non si sente anche quando accadono fatti che fanno pensare che sia così. Le persone che perdi ti restano accanto, ti controllano, ti osservano, si fanno sentire in qualche modo: già solo per questo Florine, nonostante tutto, non si sente mai sola, nella sua apparentemente inconsolabile lotta contro la perdita che non le dà mai tregua.
Guai a concepirlo come  un libro di solitudine, intessuto tutto di dolore.  Chi pensa sia fatto di tutto questo, beh, avrà capito e gli sarà arrivato poco o nulla di questa autentica, ed ennesima perla che la letteratura americana è riuscita a offrire a noi lettori.